Settembre

Mentre il Chianti rosseggia alla luce del tramonto, cullandosi nel suo calice come un pensiero felice, io lo invidio e ne bevo un po’, sperando mi regali un pizzico del suo dolce ondeggiare.

Settembre è arrivato e porta con sé una lista talmente lunga di programmi e scadenze che offerte come questa, piccole capsule di tempo “concentrato perfette per lavare lo sporco dei pensieri più ostinato”, devi prendere al volo.

I buoni propositi legati al respirare profondamente seguendo il ritmo del mare, sotto la grande coperta azzurra del cielo, sono sempre validi, ma in fondo ad una serie di priorità che contemplano la sottoscritta  in coda, col numerino in mano.

Prima o poi Settembre passerà, arriverà il freddo e porterà via le foglie dagli alberi e con le foglie voleranno via anche i cattivi pensieri, quelli che adesso cerco di annegare nel mantra della gratitudine a tutti i costi e del “Grazie Signore grazie!”

Ci sono molte cose per le quali sono e sarò perennemente grata ma, quale essere umano imperfetto e per di più donna, ce ne sono delle altre che mi portano a pensare “Perché Signore? Perché?”

Tornando a casa stasera, saluto il barbiere settantenne che, preso da un attacco di ormonite acuta,  tutto sornione si avvicina a duecm dal mio naso chiedendomi: “come stanno i gatti?”

(Bavoso, che ne sai tu dei miei gatti?- ho pensato- ….ah già, portinaia maledetta…)

“Mi piacerebbe vederli, sa…io amo i gatti, magari un giorno faccio un salto a casa sua e me li fa vedere”.

Sono morti- ho risposto- tutti quanti. Rogna fulminante.

Ora, io dico, Signore mio carissimo, tra un ex fidanzato che mi ha fatto sprecare quattro anni di vita, Jason Statham che mi perseguita ogni sera alle 21,00 su Cielo e il barbiere settantenne arrapato come un coniglio in primavera, una cacchio di via di mezzo non la puoi trovare?

E, per favore, non riprovarci più con uno dei duemilacinquecento consulenti di Ernst & Young, con quel cordoncino giallo perennemente appeso al collo; o con l’avvocato di Equitalia che fa tanto il figo e mi chiama solo il venerdì per organizzarsi il -suo-week end!

No perché, sai, qualora non te ne fossi accorto, io di scorte di ironia e autoironia ne ho a quintali, ma vorrei usarle in modo diverso e non sempre e solo al posto di un’autoconsolazione.

Perché va bene tutto, ma c’è anche un limite a tutto. E di ingiustizie e diseguaglianze ne vedo tante, troppe. E c’è che sono fatta di carne e sangue e non mi chiamo Atlante.

E sappi che il giorno che deciderò di smetterla con tutta sta manfrina dell’autoironia e della gratitudine e mi metterò a piangere a dirotto, dovrai resuscitare Noè, ricostruire l’Arca e riselezionare tutte le coppie di esseri viventi che vorrai salvare dal diluvio universale generato dall’essere più pericoloso che tu potessi creare, te lo dico.

Ora, organizzati, perché il Chianti è finito e il cielo è scuro all’orizzonte.

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“Grazie Signore grazie!” :D

Non so perchè, ma credo che, personalmente, il dolore sia sempre stato la migliore musa ispiratrice dei miei post.

Se per un recondito ( e umano) bisogno d’essere compresa e consolata o per un vago anelito al vittimismo, non saprei.

Allora, stasera, che sono in un momento di rasserenante benessere, ho deciso di chiudere le porte del vano malcontento e aprire quelle della gratitudine e dell’amore.

Perché, in  fondo, la fatina verde che vive nell’assenzio puoi evocarla anche in assenza di eventi eclatanti che richiedano un estro particolarmente poetico per essere raccontati.

Stasera và così, che se anche bussasse alla porta la cat sitter che mi ha fatto trovare la gatta di 21 anni tutta pisciata e la cassettina dei bisogni stile pantano vietnamita, le direi “non importa, sei licenziata ma ti voglio bene lo stesso”.

E se anche il mio ex fidanzato, beccato in flagrante oggi  a pettegolare sotto casa col ristoratore egiziano, mi ricapitasse sotto tiro, gli sorriderei come si può sorridere alla prozia emigrata in America che conosci dopo 43 anni.

Ah! Che meraviglia l’amore per la vita!

Stasera sono in buona e me la godo. E lo scrivo, giacchè credo fermamente che l’amore sia un’energia che si espande e contagia più virulentemente di un’influenza intestinale.

Esiste “virulentemente”? Non lo so, ma mi piace. Correggetemi pure se vi pare.

Questa sera è per me, per dire grazie a cosa non lo so ma grazie lo stesso.

Grazie per il mare, il sole, il cielo  e anche per il nuovo direttore: uomo e per niente acido.

Dopo tre anni ( tre!!) di lotte per difendere il rispetto dei miei spazi e di certi limiti invalicabili dettati da una sana educazione, dico G R A Z I E !

Non so dove ma mi ricordo sempre di una sorta di inno al Signore che fa “Grazie, Signore grazie!” e tutti come matti si prendono per mano e cantano.

Credo anche di aver visto una cosa del genere annissimi fa ( bello ” annissimi!  Uanm! Altro che estro!) ad una messa in Honduras e adesso sarei sicuramente una di quegli invasati che urlano ” Grazie, Signore grazie!”.

E rido, perche tutto sommato riesco ad affrontare gli ostacoli e finche ne avrò la forza potrò solo esserne grata e felice.

Le mie pelose stanno a tratti bene e tratti di merda e vai di centinaia di euro dal veterinario e io pure dovrei fare una marea di analisi e invece me ne sto qui a cantare “Grazie, Signore grazie!” perché penso che la predisposizione alla positività sia a volte, non la cura migliore, ma il miglior sistema per temporeggiare e trovare alla fine anche il tempo per risolvere tutte le grane.

Vabbè, spero di avervi contagiato abbastanza.

Se invece no, buonanotte ai sognatori e ‘fanculo agli acidi.

 

L’essenziale

“Di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice”  

Jean-Claude Izzo


E mentre mi trovo qui, davanti alla vastità del mio mare, accarezzata dal vento e cullata dal suono delle onde che si infrangono fragorose su questi scogli neri come lava rappresa, mi chiedo perché nei momenti difficili non riesco a ricordare che io appartengo a questo spettacolo.

Se me ne ricordassi più spesso, non baderei più alla calca mattutina in metropolitana nè alle risposte acide e scortesi dei milanesi stressati. 

Se mi ricordassi più spesso d’essere nata su un’isola inondata dal sole e baciata dal mare, i grattacieli diverrebbero d’un tratto maestose palme dalle fronde ondeggianti, le strade polverose sentieri alberati e i semafori cuccioli di arcobaleno .

Viviamo in un mondo che vuole darci in pasto all’economia, ogni giorno, ogni ora, ogni cosa che facciamo o progettiamo, tutti intenti a chiederci se possiamo permetterci di fare questo o quello, schiavi del dio denaro e uniti sotto la bandiera di una “previdenza” che conta più i soldi  in banca  che  la felicità nel cuore. 

Quanto ridicoli siamo e quanto poco basterebbe per essere felici se lasciassimo andare il superfluo e conservassimo  solo lo stupore negli occhi e il filo di un aquilone fra le dita …

Memo: ricordarsi dell’amore

 

Forse, ho solo dimenticato.

Come quando pensi troppo a lungo a qualcosa e di colpo, clic, te ne dimentichi.

Paradossale, considerato che in genere ho il problema opposto.

Così, io ho dimenticato l’amore.

Cerco di sforzarmi di ricordare quella sensazione di euforia che metteva le ali al cuore ogni volta che un uomo faceva parte della mia vita.

Ripenso ai momenti vissuti con persone importanti ma è come guardare un vecchio film in bianco e nero di cui conosco il finale a memoria.

Cosa sia successo, non lo so. Non mi sono mai ritenuta una persona asettica ma qualcuno o qualcosa deve avermi anestetizzato il cuore.

E’ un po’ triste questa cosa e non ne vado molto fiera…

Quasi vorrei tornare indietro nel tempo e rivivere qualche furibondo litigio e sentire le lacrime scorrere sul mio viso; oppure riprovare quell’angoscia che ti tiene sveglia la notte al pensiero di una storia che non sai se sta per finire.

Ripenso agli incipit delle mie storie più importanti e mi chiedo cosa ci fosse allora rispetto ad oggi. Forse, era solo più facile innamorarsi.

In tutto questo, mentre io cerco di ritrovare emozioni importanti, il mio ex fidanzato continua a pettegolare su di me, bontà sua, come se non avesse altro da fare.

Invece di dedicarsi al suo sport preferito, l’ozio, impiega alacremente il tuo tempo a guardare la mia vita dal buco della serratura.
In un certo senso, mi sento quasi onorata di tanta attenzione. Del resto, l’invidia bisogna guadagnarsela, la pietà è gratuita.

Stranamente, non mi tornano in mente i momenti felici, i progetti, gli sguardi complici, gli abbracci di notte.

Sarà che ho imparato bene ad abbracciarmi da sola, di notte, quando il cuore è più fragile e il buio fa più paura. Sarà che ho imparato a rimproverarmi, a perdonarmi e ad apprezzarmi; a razionalizzare la paura e ironizzare sulle debolezze.

Ho imparato a fare tutte queste cose, si, ma io per la verità sognavo di diventare moglie e mamma di almeno due o tre simpatiche canaglie e di invecchiare al fianco di qualcuno che mi avrebbe protetta, sempre, da qualsiasi cedimento, passo falso o insicurezza.

E invece, il tempo è passato e mi ha lasciato in dono la forza dell’uomo che non ho.

Mi sono sposata con me stessa, con le responsabilità di tutti i giorni, con un presente che diventa subito passato e che non ha tempo per guardare al futuro.

Esiste un posto, però, che potrebbe aiutarmi a ricordare l’amore.

Non so perchè, è una sorta di richiamo primordiale ed è lì che andrò a breve.

Partirò da sola e mi godrò il mio viaggio fra le verdi brughiere irlandesi abitate dai folletti, visiterò i castelli, starò sveglia la notte aspettando il canto delle Banshee e berrò Guinness a fiumi, cantando a squarciagola canzoni locali con irlandesi dalla pelle di luna.

Infine mi ritroverò a guardare il mare dalle alte scogliere di Moher e lì, finalmente,  prenderò il mio cuore e lo lancerò in cielo, perché impari di nuovo a volare.

Non mi lasciare

Adrenalina, ecco cosa mi ci vorrebbe. Altro che Chianti. Una bella puntura di adrenalina dritta in vena, giusto per rinforzare la dose che già scorre a fiumi nel mio sangue.

Sono stanca, vorrei fermarmi ma non posso. Troppe le sorprese delle ultime settimane, troppi gli impegni e le responsabilità, troppo corte le giornate, troppo poche le ore di sonno, troppo lunghe le attese.

La mia faccia al mattino è una sorta di urlo di Munch con lo spazzolino in bocca e le chiavi in tasca sono sempre quelle sbagliate. Dovrò ricordarmi, prima o poi, che non ho più bisogno di lasciarne un mazzo nel portaoggetti.

Da soli è tutto più complicato ma se questa è la sfida, bene, sono qui.

Non ho tempo per pensare, per leggere, a malapena per scrivere. Preferirei avere un sacco da boxe appeso al soffitto, allora si farei un macello.

Il sacco non ce l’ho, la palestra l’ho abbandonata due settimane fa e siccome non ho nessuno con cui sfogarmi, scrivo. Se c’è qualcosa che al momento può capire la mia rabbia è la tastiera del Mac. Quella nuova, perché quella vecchia l’ho distrutta zappandoci sopra qualche giorno fa.

Se avessi un pianoforte avrei distrutto anche quello. Dovrei comprarmene uno, considerato che sono bravina a suonare, almeno eviterei la tentazione di suonare la gente.

Cerco un briciolo di serenità nelle note di Yann Tiersen alle 02,00 di notte, mentre il ventilatore spazza via il fumo di una sigaretta disgustosa come l’amaro che provo dentro.

Continuo a ripetermi che sono una persona fortunata, che non mi manca nulla, che ho lottato e guadagnato tante delle cose che volevo. Ho rinunciato alla mia famiglia, alla possibilità di avere quei due o tre numeri di riferimento che possono salvarti in qualsiasi momento quando ti trovi nei guai, ho detto no ai compromessi più bassi e si alle sfide più azzardate. E ho vinto.

Quindi no, destino di merda, la mia piccolina non te la prenderai.

Troppo affilate le sue e le mie unghie per concederti un solo passo nel nostro territorio.

Non ci spaventa il freddo di quel maledetto tavolo veterinario, né le punture, né quello che ci mostrano i raggi x . Non ci spaventa mixare farmaci alle 5 del mattino e alle 6 di sera, né tornare e ritornare da una clinica che succhia sangue e soldi in cambio di speranze e miracoli.

Non ci conoscono proprio, amore mio. A noi non servono miracoli, noi siamo vita pura.

E il prossimo che si permetterà di dire –è solo un gatto-, lo sbraniamo a morsi e poi ci giochiamo a skifidol, promesso.

Non stancarti, riposa,  io mi stancherò per te.

Ma non mi lasciare.

Non mi lasciare….

Piange il cielo

Ci sono giornate in cui il cielo piange senza riuscire a smettere. Si ferma ogni tanto, respira, poi ricomincia.

Così piangeva oggi pomeriggio, lei.

Aveva i capelli raccolti in uno chignon un po’ scomposto, indossava un elegante tranch bluette e si appoggiava con una mano al vetro della porta del vagone metro. Sembrava una Audry Hepburn dei tempi moderni, sottile e delicata.

Il viso rivolto verso il basso, lo sguardo perso nel vuoto e un fiume gonfio e silenzioso che le solcava le guance.

-Scende?- le chiedeva un signore dietro di lei

Non una risposta.

-Scusi, scende?- incalzava indispettito l’uomo

Trasalendo, educatamente si spostava accanto a me facendosi più piccola di quanto già non fosse.

Avrei voluto rivolgerle la parola, chiederle se avesse bisogno di qualcosa, ma non ci riuscivo. Qualunque fosse il motivo del suo pianto, era talmente dignitoso da impedirmi di fare qualsiasi azione che avesse potuto metterla in imbarazzo.

Metro De angeli, io sarei arrivata, per favore smetti di piangere…

Scenderò alla prossima, pensavo. E nemmeno a quella sono scesa.

Gambara, Bande Nere, Primaticcio. Il vagone iniziava a svuotarsi, gli automi con le cuffie nelle orecchie passavano accanto alla ragazza che piangeva, senza vederla.

Inganni, Bisceglie e lei sempre lì, persa e lacrimante, come se non fosse esistito nient’altro che il suo fiume.

Avrei voluto dire e fare tante cose ma sono a malapena riuscita a porgerle timidamente un fazzolettino.

Lei ha sollevato il viso, mi ha oltrepassato con lo sguardo e con la voce strozzata dal pianto ha mormorato   –l’ho perso

due mesi, mancavano solo due mesi... – e stringeva forte a sé  una cartella clinica, come a volerne sentire un profumo e un calore a lungo attesi e perduti.

Ci sono due cose che nella vita non possiamo condividere davvero fino in fondo: il dolore e la felicità.

Eppure, se mi avesse colpito allo stomaco con un pugno, mi avrebbe fatto meno male.

Così mi sono ritrovata oggi, in una sperduta stazione di periferia, con un pugno nello stomaco e una preghiera nel cuore, mentre il cielo piangeva, si fermava a tratti, poi ricominciava.