Se potessi

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Se potessi, entrerei di nascosto nelle stanze del tuo cuore, mentre tu non ci sei, per spalancare le finestre e fare entrare la luce delle mattine che non vivi.

Se potessi, verrei di notte ad accarezzare la tua fronte, per liberarla dai mostri che l’affliggono e ti canterei una canzone di Janis Joplin, per cullare la tua fragile anima e tenerla fra le braccia, come quando sei nata e mi dicevano – piano, è piccola – .

E mentre tu dormi, ti terrei le mani, per farti sentire che ci sono, anche se non mi vedi.

Se potessi, ti regalerei l’arcobaleno, per vestirti tutta di colori e cancellare quel nero che ti avvolge dentro e fuori.

Ti porterei con me a correre a perdifiato nelle campagne vicino casa e poi su in montagna, sulla cima più alta, per farti capire quanto bello potrebbe essere il mondo, se solo tu ti amassi, se solo tu ti lasciassi amare.

Se potessi, ti direi che va tutto bene, anche se la vita a volte non va esattamente come noi ci aspettiamo che vada. Lei fa il suo corso e noi il nostro e, più ti ribelli, più ti fai male.

Che l’amore,  vabbè…potevano anche dircelo che era tutto uno scherzo,  ma noi possiamo anche riderci su, sai ? Che una donna, fra se stessa e un uomo sbagliato, deve scegliere se stessa, sempre.

Tu pensi che nessuno possa comprendere quel dolore che custodisci così gelosamente.

Non è così…

Il tuo dolore, è il mio dolore. Le tue lacrime, sono le mie lacrime. Le tue urla, sono l’eco dei miei perché.

Basta urlare, amore mio. Ascolta, piuttosto. E guardati: sei bella, sei sana, sei tutto lo splendore che potresti essere.

Se solo volessi, adesso saresti su un volo per Milano. Ed io sarei tutta emozionata a  pensare a cosa preparare, a cosa comprare, a cosa dire, a cosa inventare per tenerti il più lontano possibile dai lupi cattivi.

Se potessi, non permettere mai più alla vita di separami da te.

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Così come sei

specchio

Domenica notte, il momento in cui sarebbe più opportuno andare a letto presto per affrontare il Lunedì, invece no.

Come al solito, accendo candele qua e là, seleziono con cura i miei pezzi musicali, mi verso un bicchiere di Chianti e mi metto in attesa, aspettando di ricevere una  persona amica che non vedo da tempo.

E lei puntualmente arriva, scomposta come al solito,  in pigiamino rosa e ciabatte a forma di gatto con il naso a pois, un fermaglio fra i capelli e il cellulare in mano. Così diversa da me, sempre attenta ad ogni dettaglio e mai, dico mai, con lo smalto sulle unghie ridotto in quel modo…

Eppure, lei è così bella nel suo modo di essere, così genuina e spontanea, sorridente per natura, come se qualcuno lassù l’avesse creata solo per questo.

La guardo e l’abbraccio, scaldandomi il cuore nella sua stretta forte e sincera.

Non l’ho incontrata spesso negli ultimi tempi. Sempre presa dal lavoro come sono, dalle scadenze, dall’ansia di non riuscire a finire questo o quello, dalla presunzione di riuscire a fare sempre tutto e meglio.

Intercetta al volo il mio stato d’animo, si siede sul tappeto, accanto al tavolino di bambù, versa un po’ di vino nel bicchiere e mi chiede di me, di aggiornarla sul nuovo ruolo, di raccontarle tutto; poi si alza, inizia a camminare per la stanza toccando ogni oggetto che le capita fra le mani, continuando a far domande.

Rispondo che no, non ho voglia di parlare di me, che voglio invece sapere tutto di lei, di quell’uomo che ha incontrato e della casa che sogna di comprare.

-Dimmelo tu- risponde lei- è carino? Lo invitiamo a cena una sera? E quella casa che hai visto, che aspetti a fare il grande passo? Potresti quanto meno informarti, no? E quel pianoforte che volevi comprare che fine ha fatto? Vorrai mica lasciartelo scappare…potremmo suonarlo a quarto mani se la smettessi di pensare che devi salvare il mondo.

Sorrido.

No, ha ragione, non devo salvare il mondo. Domani mi occuperò del pianoforte, alla faccia dei vicini che mi odieranno, ma tanto fra un po’ avrò una casa tutta mia e dentro ci costruirò una stanza insonorizzata per fare le boccacce a Mozart e poi io e te andremo in Giappone a vestirci da geisha e dormiremo su un ryokan.

Sorride.

Si mette al mio fianco mentre mi guardo allo specchio, mentre guardo le mie mani con lo smalto smangiucchiato, i miei capelli scompigliati e le ciabatte a forma di gatto con il naso a pois .

Ricorda, mi dice, non devi salvare il mondo. Devi solo essere così come sei.

Fidati di te

Ho sempre sostenuto che la fragilità sia la leva della forza.

E oggi, che sono un po’ meno fragile e un po’ più forte, posso ammettere che la paura, le insicurezze, le frottole che raccontiamo a noi stessi per evitare di provare a cambiare la nostra vita, sono solo scuse per evitare di ritrovarci di fronte al rischio di un insuccesso.

Ho speso mesi a lottare contro me stessa, schiava ubbidiente di pensieri logoranti e riflessioni falsamente sagge.

A volte succede che desideri talmente tanto qualcosa, che il rischio di non poterla ottenere ti impedisce persino di provarci e, così, continui a camminare tutti i giorni trascinandoti dietro una pesante palla al piede fatta di ferro e insofferenze.

E’ stato molto più facile ricamare scenari catastrofici che mi vedevano intrappolata in vicoli ciechi o sull’orlo di burroni spaventosi che orizzonti luminosi e praterie sconfinate.

Vigliacca- mi sono detta un giorno, mentre mi lavavo i denti e mi vedevo allo specchio come il ritratto dell’urlo di Munch con lo spazzolino in bocca- sei solo una vigliacca, questa è l’unica vera verità.

Che se anche dovessi fallire, mia cara, potrai almeno dire di averci provato con tutta te stessa; non andrai a dormire snocciolando preghiere e speranze e ti sveglierai al mattino con l’acquolina in bocca e la luce di una leonessa negli occhi.

Un essere umano che non ha fame è un essere umano morto. Ed io, avevo fame.

C’era il sole a Milano quella mattina e i vestiti preparati la sera prima raccontavano una storia troppo diversa dal mio nuovo sentire.

Smigol, il caro Smigol, non c’era più. C’ero solo io e la voce che sentivo nella testa era solo la mia.

Via il tubino, le calze e la giacchetta ingessata; indossa i jeans chiari, una camicia svolazzante, il chiodo e le décolleté . I capelli lasciali sciolti e se proprio devi, intreccia braccialetti colorati o le mani forti di qualcuno. E mandala quella mail, fidati di te.

La sera stessa, ho avuto un solo rimpianto: il tempo perduto a rimuginare, a temere, a rimandare.

Tutto è andato come doveva andare, come io- e solo io- potevo desiderare che andasse. L’Universo è in ascolto e, come dice il buon vecchio Coelho, cospira sempre a favore dei sognatori.

Pasito a pasito

Riflettendo, sono stata abbastanza brava nel mantenere quasi intatte le mie varie zone di confort. Ne ho cambiate diverse e le ho mantenute.

Bella la zona di comfort, indubbiamente.

Vivo nella soddisfazione di aver costruito qualcosa e mi ci rotolo come un maialino nella sua pozza, fino ad annoiarmi.

E non esco, chiaro, perché dovrei? Ho sudato sette camicie per avere la mia bella pozzangherona full optional, adesso dovrei abbandonarla?

(Forse si.)

Ho capito bene? Hai detto “forse si”?

(Si, Smigghy, ho detto SI.)

Rifletti: che differenza c’è fra cercare un lavoro mentre ne hai ancora uno e cercare lavoro quando sei disoccupato? Cambiano due cose: la motivazione e la grinta nell’ottenere ciò che vuoi, due elementi fondamentali che non puoi avere quando ti senti al sicuro.

Quindi, quello che mi serve è sentirmi in pericolo, minacciata dall’imponderabile, essere disposta al tutto per tutto per riconquistare un’altra zona di comfort.

E il bello, tra l’altro, è che non è un’altra comfort zone quello che mi serve, ma la lotta per conquistarla, l’energia buona della sfida, la concentrazione e la motivazione di correre per vincere.

Si comincia dal cercare un nuovo lavoro, un nuovo settore, una nuova opportunità di imparare qualcosa di nuovo, riuscire e, ovvio, eccellere.

Non l’avrei mai fatto fino ad un mese fa, poi, mi sono ricordata di un vecchio motto che mio papà mi ripete spesso: “Ogni nave in porto è sicura. Ma questo non è lo scopo per cui è stata costruita.”. Grazie papà.

Allora avanti siòre e siòri, sono tronfia, brava e disponibile, mettetevi in fila, grazie.

Si prosegue con te, che profumi di gelsomino e ti muovi come un gatto randagio nel mio territorio.

Attento,  mio caro, pasito a pasito, vengo a prendere anche te .

Rose e sorrisi

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Avrà avuto l’età di mia madre, sedeva sui gradini della metro e porgeva stancamente rose.

Non era il tipico venditore ambulante insistente e fastidioso al quale avrei regalato un NO secco e uno sguardo assassino.

No, lei no.

Lei se ne stava lì, piccolo essere invisibile rannicchiato nel suo cantuccio di mondo,  con la rassegnazione negli occhi, mendicando uno sguardo e qualche spicciolo.

Non so bene perché, ma mi sono avvicinata e le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, dove sarebbe andata a dormire stanotte, se avesse da mangiare.

Più la osservavo, più mi accorgevo della sua difficoltà ad esprimersi nella mia lingua, dei solchi sulle sue guance e della paura, tanta paura negli occhi.

Così, per rassicurarla,  mi sono seduta anche io sui gradini e le ho spiegato che in quel modo non avrebbe mai venduto nemmeno una rosa, non senza accompagnarla almeno con un sorriso.

Ho tirato fuori qualche spicciolo dalle tasche, le ho comprato una rosa e l’ho regalata sfacciatamente  alla prima persona che passava, una ragazzina peruviana che mi ha guardato come fossi un’aliena e poi se n’è andata sorridente con la sua bella rosa in mano.

A quel punto, la signora delle rose si è alzata, ha richiamato a sé tutta la luce che aveva perso chissà dove e, con un po’ di imbarazzo, ha iniziato a porgere grosse rose gialli e larghi sorrisi. 

La gente si fermava incuriosita e, mentre lei porgeva rose e sorrisi, io al suo fianco ammiccavo e sorridevo più forte! Finché non mi sono ritrovata a ridere a crepapelle con una sconosciuta albanese di veneranda età, mentre tutt’intorno altra gente rideva e comprava rose! 

Abbiamo venduto tutto il mazzo, tranne una rosa, quella che mi ha voluto regalare e che mi ricorderà sempre il valore del verbo “essere”, rispetto a quello del verbo “avere”.

Ciao ciao, tesssssoro.

Gollum-1

Credo di aver bisogno di una vacanza, una di quelle che parti ma non sai se torni.

Devo smetterla una volta per tutte di pretendere troppo da me stessa e conseguentemente dagli altri. Ecco, credo sia questo il cuore pulsante dei miei problemi.

Altro che analista, dovrei riconoscermi una parcella per essere finalmente riuscita a risalire alla causa di tutto sto’ casino.

Sono severa, eh si.  Severa con me stessa e severa con gli altri. Pignola, rompipalle, attenta ai minimi dettagli e pronta a colpire alla più piccola défaillance.

La perfezione non esiste, già, me lo dicono in tanti e io continuo a pensare che vogliano sempre darsi una scusa.

La perfezione è noiosa, dicono. Sicuro?

Credo invece che si trovi spesso una scusa per non fare bene le cose o per farle senza cuore, senza consapevolezza delle conseguenze, senza senso di responsabilità. In tutto: in amore, sul lavoro, nelle relazioni in generale.

E io continuo ad incazzarmi, ho gli acufeni nelle orecchie dalla rabbia, la mia pressione sarà a mille e lo stesso continuo imperterrita a lottare contro i mulini a vento, senza nemmeno avere un fedele Sancho Panza al mio fianco.

Ma chi me lo fa fare? Cosa mi porta a pensare che il mondo debba essere stato fatto a mia immagine e somiglianza? Da dove arriva tanta presunzione?

Forse dovrei lavorare sul concetto di “accettazione” ma mi viene l’orticaria solo a pensarci. Non lo capisco neanche il concetto di accettazione, figuriamoci lavorarci.

Non sono ancora abbastanza forte per questo o anche questa è una scusa?

Odio questa continua, serrante, paralizzante analisi dei miei pensieri. Il cinico Smigol che vive dentro la mia testa non mi lascia in pace mai, nemmeno quando vivo le cose più belle.

Lo odio, si, eppure è lo stesso mostriciattolo che tante volte mi ha salvato nelle situazioni più subdole e limacciose; lo stesso che mi ha fatto vedere più lontano degli altri e fare gol; lo stesso che mi strappa i capelli ogni volta che mi concedo un’aspettativa troppo alta.

Pretende, pretende tanto da me. Troppo. E il troppo stroppia, come ben si sa.

Caro Smigghy, ma vattene un po’ in vacanza, và, dai. Mollami, lasciami sbagliare e perdonarmi. Lasciami vivere la mia vita come un bambino che cade, si sbuccia le ginocchia e poi torna in sella alla sua bicicletta impavido, come se nulla fosse successo.

Che se anche cadessi, che vuoi che sia? Imparerò a rispondere con una risata ai tuoi “te l’avevo detto!”.

E poi, non sei un po’ stanco anche tu? Io si.

Abbiamo una certa età ormai, dovremmo iniziare ad allentare la corda, respirare l’aria del mare, osservare il volo dei gabbiani e fare l’amore.

Basta, vai un po’ affanculo, tesssssoro.

(E adesso? Chi me la paga questa consulenza ?)