Pasito a pasito

Riflettendo, sono stata abbastanza brava nel mantenere quasi intatte le mie varie zone di confort. Ne ho cambiate diverse e le ho mantenute.

Bella la zona di comfort, indubbiamente.

Vivo nella soddisfazione di aver costruito qualcosa e mi ci rotolo come un maialino nella sua pozza, fino ad annoiarmi.

E non esco, chiaro, perché dovrei? Ho sudato sette camicie per avere la mia bella pozzangherona full optional, adesso dovrei abbandonarla?

(Forse si.)

Ho capito bene? Hai detto “forse si”?

(Si, Smigghy, ho detto SI.)

Rifletti: che differenza c’è fra cercare un lavoro mentre ne hai ancora uno e cercare lavoro quando sei disoccupato? Cambiano due cose: la motivazione e la grinta nell’ottenere ciò che vuoi, due elementi fondamentali che non puoi avere quando ti senti al sicuro.

Quindi, quello che mi serve è sentirmi in pericolo, minacciata dall’imponderabile, essere disposta al tutto per tutto per riconquistare un’altra zona di comfort.

E il bello, tra l’altro, è che non è un’altra comfort zone quello che mi serve, ma la lotta per conquistarla, l’energia buona della sfida, la concentrazione e la motivazione di correre per vincere.

Si comincia dal cercare un nuovo lavoro, un nuovo settore, una nuova opportunità di imparare qualcosa di nuovo, riuscire e, ovvio, eccellere.

Non l’avrei mai fatto fino ad un mese fa, poi, mi sono ricordata di un vecchio motto che mio papà mi ripete spesso: “Ogni nave in porto è sicura. Ma questo non è lo scopo per cui è stata costruita.”. Grazie papà.

Allora avanti siòre e siòri, sono tronfia, brava e disponibile, mettetevi in fila, grazie.

Si prosegue con te, che profumi di gelsomino e ti muovi come un gatto randagio nel mio territorio.

Attento,  mio caro, pasito a pasito, vengo a prendere anche te .

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Rose e sorrisi

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Avrà avuto l’età di mia madre, sedeva sui gradini della metro e porgeva stancamente rose.

Non era il tipico venditore ambulante insistente e fastidioso al quale avrei regalato un NO secco e uno sguardo assassino.

No, lei no.

Lei se ne stava lì, piccolo essere invisibile rannicchiato nel suo cantuccio di mondo,  con la rassegnazione negli occhi, mendicando uno sguardo e qualche spicciolo.

Non so bene perché, ma mi sono avvicinata e le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, dove sarebbe andata a dormire stanotte, se avesse da mangiare.

Più la osservavo, più mi accorgevo della sua difficoltà ad esprimersi nella mia lingua, dei solchi sulle sue guance e della paura, tanta paura negli occhi.

Così, per rassicurarla,  mi sono seduta anche io sui gradini e le ho spiegato che in quel modo non avrebbe mai venduto nemmeno una rosa, non senza accompagnarla almeno con un sorriso.

Ho tirato fuori qualche spicciolo dalle tasche, le ho comprato una rosa e l’ho regalata sfacciatamente  alla prima persona che passava, una ragazzina peruviana che mi ha guardato come fossi un’aliena e poi se n’è andata sorridente con la sua bella rosa in mano.

A quel punto, la signora delle rose si è alzata, ha richiamato a sé tutta la luce che aveva perso chissà dove e, con un po’ di imbarazzo, ha iniziato a porgere grosse rose gialli e larghi sorrisi. 

La gente si fermava incuriosita e, mentre lei porgeva rose e sorrisi, io al suo fianco ammiccavo e sorridevo più forte! Finché non mi sono ritrovata a ridere a crepapelle con una sconosciuta albanese di veneranda età, mentre tutt’intorno altra gente rideva e comprava rose! 

Abbiamo venduto tutto il mazzo, tranne una rosa, quella che mi ha voluto regalare e che mi ricorderà sempre il valore del verbo “essere”, rispetto a quello del verbo “avere”.

Ciao ciao, tesssssoro.

Gollum-1

Credo di aver bisogno di una vacanza, una di quelle che parti ma non sai se torni.

Devo smetterla una volta per tutte di pretendere troppo da me stessa e conseguentemente dagli altri. Ecco, credo sia questo il cuore pulsante dei miei problemi.

Altro che analista, dovrei riconoscermi una parcella per essere finalmente riuscita a risalire alla causa di tutto sto’ casino.

Sono severa, eh si.  Severa con me stessa e severa con gli altri. Pignola, rompipalle, attenta ai minimi dettagli e pronta a colpire alla più piccola défaillance.

La perfezione non esiste, già, me lo dicono in tanti e io continuo a pensare che vogliano sempre darsi una scusa.

La perfezione è noiosa, dicono. Sicuro?

Credo invece che si trovi spesso una scusa per non fare bene le cose o per farle senza cuore, senza consapevolezza delle conseguenze, senza senso di responsabilità. In tutto: in amore, sul lavoro, nelle relazioni in generale.

E io continuo ad incazzarmi, ho gli acufeni nelle orecchie dalla rabbia, la mia pressione sarà a mille e lo stesso continuo imperterrita a lottare contro i mulini a vento, senza nemmeno avere un fedele Sancho Panza al mio fianco.

Ma chi me lo fa fare? Cosa mi porta a pensare che il mondo debba essere stato fatto a mia immagine e somiglianza? Da dove arriva tanta presunzione?

Forse dovrei lavorare sul concetto di “accettazione” ma mi viene l’orticaria solo a pensarci. Non lo capisco neanche il concetto di accettazione, figuriamoci lavorarci.

Non sono ancora abbastanza forte per questo o anche questa è una scusa?

Odio questa continua, serrante, paralizzante analisi dei miei pensieri. Il cinico Smigol che vive dentro la mia testa non mi lascia in pace mai, nemmeno quando vivo le cose più belle.

Lo odio, si, eppure è lo stesso mostriciattolo che tante volte mi ha salvato nelle situazioni più subdole e limacciose; lo stesso che mi ha fatto vedere più lontano degli altri e fare gol; lo stesso che mi strappa i capelli ogni volta che mi concedo un’aspettativa troppo alta.

Pretende, pretende tanto da me. Troppo. E il troppo stroppia, come ben si sa.

Caro Smigghy, ma vattene un po’ in vacanza, và, dai. Mollami, lasciami sbagliare e perdonarmi. Lasciami vivere la mia vita come un bambino che cade, si sbuccia le ginocchia e poi torna in sella alla sua bicicletta impavido, come se nulla fosse successo.

Che se anche cadessi, che vuoi che sia? Imparerò a rispondere con una risata ai tuoi “te l’avevo detto!”.

E poi, non sei un po’ stanco anche tu? Io si.

Abbiamo una certa età ormai, dovremmo iniziare ad allentare la corda, respirare l’aria del mare, osservare il volo dei gabbiani e fare l’amore.

Basta, vai un po’ affanculo, tesssssoro.

(E adesso? Chi me la paga questa consulenza ?)

 

Wind of change

“Devo imparare ad amare lo stupido che è in me,quello che sente troppo, rischia troppo, a volte vince e più spesso perde, manca di autocontrollo, odia e ama, ferisce ed è ferito, promette e non mantiene, ride e piange. Lui soltanto mi protegge da quel tiranno incredibilmente equilibrato e abilissimo che a sua volta alberga in me e che, se non fosse per la mia parte stupida, mi porterebbe via la vitalità, l’umiltà e la dignità.”

Theodore Rubin

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Ho come l’impressione che la mia vita soffra d’insonnia.

Si gira e si rigira, scomoda, come se dormisse in un letto che non è il suo.

Eppure credevo di averla sfamata a sufficienza di emozioni ed esperienze, così che potesse dormire sonni tranquilli. L’ho portata sotto il cielo del Maasai Mara, l’ho fatta nuotare nel mar dei Caraibi, camminare nel deserto e resa testimone delle cose più belle che la terra abbia generato.

Tuttavia lei, perennemente insofferente, continua ad agitarsi come volesse sfilarsi un maglione di lana che punge sulla pelle.

Mi sembra quasi di vederla, tesa ad annusare gli odori portati dal vento come un Setter al guinzaglio.

Tira forte ed io faccio sempre più fatica a trattenerla al mio fianco.

Se lascio il guinzaglio potrei perderla, potrei perdermi. Oppure potrei lasciarla andare e correre insieme a lei, fidarmi delle suo istinto e seguirla fino a dove vorrà portarmi.

In fondo, mi chiedo, cos’è la serenità senza l’appagamento ? Qual’è il valore aggiunto della sicurezza se poi non puoi più correre?
Se irretisci la vita, la vita irretisce te. E’ inevitabile.

Potrei continuare a vivere nella vacua percezione che tutto ciò che ho fatto è giusto ed assennato e che a quarant’anni suonati, con la situazione politico/economica attuale c’è poco da parlar di sogni e deviazioni.

Invece no. E l’aria fredda e pungente di questa notte mi ricorda quanto sia giusto sentirsi vivi, forti, capaci di cambiare strada dando una pedata ai piani razional-previdenziali. Tanto, una pensione io non ce l’avrò mai. Ma la mia vita no, non voglio perdermela.

Ho lottato, ho vinto, ho ottenuto. Basta, non ho più nulla da prendere qui, in questo conglomerato di eremiti che è Milano.

Sarebbe bello potermi confrontare con un compagno che mi dicesse “si, andiamo” oppure “no, sei tutta matta”; né i pochi amici rimasti potrebbero aiutarmi, dato che le uniche occasioni in cui ci vediamo devono essere sempre pianificate settimane prima sull’agenda di uno smartphone. Che assurdità, che povertà di comunicazione, cosa siamo diventati…

Allora faccio come mi pare, perché per le cose vere non si aspetta nessuno.

E tu, piccolo amore mio, meraviglioso ed innocente essere al di fuori di queste deliranti dinamiche umane, tu che hai davvero lottato con ogni fibra del tuo corpo per la tua vita, sei già arrivata sul ponte dell’arcobaleno?

Manchi tanto, piccola guerriera. Proprio tanto.

Assenze

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Tra le varie favole che mi raccontavano quando ero piccola, amavo spesso riascoltare quella di Mignolina, la bambina così piccina che dormiva dentro un guscio di noce.

E’ così che mi sento a volte, come Mignolina: troppo piccola per affrontare le brutture del mondo, troppo grande per potermi rifugiare dentro un guscio di noce.

Allora mi assento, semplicemente. Mi prendo cura di me, della mia casa, della mia anima.

E osservo, osservo tutto: gli alberi che cambiano colore, i riflessi della città nelle pozzanghere, le espressioni sui volti delle persone anziane.

Luisa spazza il cortile nel freddo pungente del mattino, Fabrizio aspetta seduto sulla solita panchina chi gli porterà la sua dose quotidiana di felicità; William accanto a lui scodinzola ignaro, felice solo d’essere all’aria aperta, libero di scavare buche nell’aiuola antistante il laboratorio del calzolaio, che puntualmente inizia a strepitare.

Il gestore della botteghina storica sotto casa, riordina con gentilezza i suoi prodotti in vetrina, mentre gli abitanti del quartiere gli passano davanti con i sacchi pieni della spesa fatta all’Esselunga. Entro e compro cose che non mi servono, lui mi porge il resto ed un sorriso.

Quando torno a casa, è tutto caldo, calmo e silenzioso.

Raccolgo le candele consumate, riordino i libri, sfioro vellutate code feline, mi perdo nel suono di una sirena con un pacco di pasta in mano.

Ripongo il pan grattato in frigo, le uova nel congelatore e la borsa di pelle sul tagliere dei salumi.

Sono assente.

Non è tristezza, è solo l’autunno che bussa alla mia porta e mi coglie impreparata.

Non sono mai stata sola, in autunno.

Ciao Francesco

E no, non è facile scrivere quando dentro hai un grosso malessere in corso e milioni di domande che ti bombardano il cervello.

Così oggi, per evitare di cadere nella trappola del fastidio e della depressione, ho infilato le scarpe da ginnastica e sono andata a correre. Ho percorso chilometri e chilometri di viali fissandomi obiettivi sempre più lontani, ostinata, determinata a non voler pensare, a non voler sentire.

Il cervello non lavora quando corri, si preoccupa al massimo di avvisarti di guardare a destra e sinistra prima di attraversare un incrocio.

Non contenta e ancora un filo incazzata, quando sono tornata a casa mi sono buttata sulla panca romana e mi sono ammazzata di flessioni e addominali.

Ecco, dopo due ore di allenamento ero uguale a uno straccio da strizzare e, sempre convinta e ostinata a non voler cedere alle domande del mio cinico amico distruttore del buonumore, ho aperto una bottiglia di Chianti, ho riempito la vasca (non col Chianti) e mi ci sono tuffata dentro.

Che meravigliosa sensazione il contatto dell’acqua bollente con un corpo in estrema tensione.  La musica classica ha fatto il resto.

Ho sempre creduto che amarsi e prendersi cura di se stessi, sia il nostro primo dovere.

Ho sempre creduto che l’amor proprio non sia una forma di egoismo, come a volte potrebbe sembrare, ma una nostra precisa responsabilità, qualcosa che dobbiamo a noi stessi con severa costanza.

Qualunque sia la situazione che viviamo, abbiamo il dovere di rispettare la nostra vita, di lottare e, pur cadendo, di rialzarci. Sempre.

Tu, invece, hai preferito volare giù da un ponte.

Avresti potuto farcela. Avresti potuto crederci di più. Avresti potuto.

Ciao Francesco. Che la terra ti sia lieve.